Il floppy disk è morto.
31 Gennaio, 2007
Ricordate quella tamarrata del film Hackers con una Angelina Jolie già tettona ma giovane? Ecco. I bei tempi in cui i ragazzacci telematici andavano in giro con i floppy nelle tasche usandoli come arma impropria sono finiti. Dal 29 gennaio hanno smesso di fabbricare il floppy disk, strumento che per 36 anni ha accompagnato la vita dei computers. Oggi non servono, sono inutili e non trovano più spazio nei case di nuova produzione.
Però a me un mondo tutto al digitale fa troppo cagare. Chissà dove andremo a finire. Vhs, tocca a voi. Il loggione ha organizzato una fiaccolata in memoria del buon vecchio floppy, per ricordarci com’erano i bei tempi in cui tutto faceva senso, senza fare senso.
Siamo avanti.
31 Gennaio, 2007
Dicono che per fare un buon blog bisognerebbe scrivere almeno un post al giorno. Noi non lo facciamo, ma nonostante ciò, Google ci ha premiati. Ha deciso tutto ad un tratto che il blog de Il Loggione dovesse avere PageRank 4. Se non sapete cosa sia il PageRank, dovete semplicemente consultare Wikipedia.
Non possiamo che esserne contenti, e ringraziare tutti coloro che ci hanno sostenuti in questi tre mesi di attività, rinnovando l’invito, per chi avesse un blog o altro, di mettere un link che rimanda a questo sito. Le novità sono dietro l’angolo. Dobbiamo solamente aspettare che finisca questa sessione di esami estenuante, e per marzo, saremo operativi di nuovo con le nostre uscite: aspettatevi clamorose rivelazioni.
Se ho mai avuto un blog?
27 Gennaio, 2007
Chi non ha mai avuto un blog, di questi tempi? Ormai è come una sorta di cellulare, se non ce l’hai sei fuori dal mondo, per quelli che ne posseggono uno. Io non cerco tanto di essere dentro nel mondo, perché mi fa un po’ cagare, solamente di guadagnarci qualcosina con Adsense, tutto qui, e tenere allenata la mente.
Gaber diceva: “Se ero comunista?” in quella bellissima forma di teatro canzone che lo contraddistinse. Ascoltatevelo. E già che ci siete, date un’occhiata a quello che sarà il mio prossimo blog personale, fino a quando non mi stuferò, come ho fatto qualche anno fa con quello di Giovani.it. Insomma, un posto dove raccogliere i pensieri vaganti, per non lasciarli scappare come mio solito.
E i vostri blog, lettori cari, quali sono? Coraggio, spammateli qui, dirò ad Akismet di essere magnanimo con tutti voi.
Anticipazioni sul prossimo numero.
27 Gennaio, 2007
Non siamo morti, semplicemente ci muniamo di esperienze così da potervele raccontare. Ecco perché sui Viaggi dei Loggione, la rubrica che osserva dagli occhi (annebbiati) degli studentelli le varie città europee, parleremo di Vienna, una città meravigliosa. Sarà un articolo a quattro mani tra me, l’Oracolo e Pietro, il Poeta.
Approposito, dato che qualche giorno fa è stato il suo compleanno, colgo l’occasione per augurargli altri cento di questi giorni, fatti di bestemmie, insulti, inculate in sauna e kebab.
Il treno ha fischiato - Luigi Pirandello
16 Gennaio, 2007
Farneticava. Principio di febbre cerebrale, avevano detto i medici; e lo ripetevano tutti i compagni d’ufficio, che ritornavano a due, a tre, dall’ospizio, ov’erano stati a visitarlo.
Pareva provassero un gusto particolare a darne l’annunzio coi termini scientifici, appresi or ora dai medici, a qualche collega ritardatario che incontravano per via:
Frenesia, frenesia.
Encefalite.
Infiammazione della membrana.
Febbre cerebrale .
E volevan sembrare afflitti; ma erano in fondo così contenti, anche per quel dovere compiuto; nella pienezza della salute, usciti da quel triste ospizio al gajo azzurro della mattinata invernale.
Morrà? Impazzirà?
Mah!
Morire, pare di no…
Ma che dice? che dice?
Sempre la stessa cosa. Farnetica…
Povero Belluca!
E a nessuno passava per il capo che, date le specialissime condizioni in cui quell’infelice viveva da tant’anni, il suo caso poteva anche essere naturalissimo; e che tutto ciò che Belluca diceva e che pareva a tutti delirio, sintomo della frenesia, poteva anche essere la spiegazione più semplice di quel suo naturalissimo caso.
Veramente, il fatto che Belluca, la sera avanti, s’era fieramente ribellato al suo capo ufficio, e che poi, all’aspra riprensione di questo, per poco non gli s’era scagliato addosso, dava un serio argomento alla supposizione che si trattasse d’una vera e propria alienazione mentale.
Perché uomo più mansueto e sottomesso, più metodico e paziente di Belluca non si sarebbe potuto immaginare.
Circoscritto… sì, chi l’aveva definito così? Uno dei suoi compagni d’ufficio. Circoscritto, povero Belluca, entro i limiti angustissimi della sua arida mansione di computista, senz’altra memoria che non fosse di partite aperte, di partite semplici o doppie o di storno, e di defalchi e prelevamenti e impostazioni; note, libri mastri, partitarii, stracciafogli e via dicendo. Casellario ambulante: o piuttosto, vecchio somaro, che tirava zitto zitto, sempre d’un passo, sempre per la stessa strada la carretta, con tanto di paraocchi.
Orbene, cento volte questo vecchio somaro era stato frustato, fustigato senza pietà, cosi per ridere, per il gusto di vedere se si riusciva a farlo imbizzire un po’, a fargli almeno drizzare un po’ le orecchie abbattute, se non a dar segno che volesse levare un piede per sparar qualche calcio. Niente! S’era prese le frustate ingiuste e le crudeli punture in santa pace, sempre, senza neppur fiatare, come se gli toccassero, o meglio, come se non le sentisse più, avvezzo com’era da anni e anni alle continue solenni bastonature della sorte.
Inconcepibile, dunque, veramente, quella ribellione in lui, se non come effetto d’una improvvisa alienazione mentale.
Tanto più che, la sera avanti, proprio gli toccava la riprensione; proprio aveva il diritto di fargliela, il capo ufficio. Già s’era presentato, la mattina, con un’aria insolita, nuova; e cosa veramente enorme, paragonabile, che so? al crollo d’una montagna era venuto con più di mezz’ora di ritardo.
Pareva che il viso, tutt’a un tratto, gli si fosse allargato. Pareva che i paraocchi gli fossero tutt’a un tratto caduti, e gli si fosse scoperto, spalancato d’improvviso all’intorno lo spettacolo della vita. Pareva che gli orecchi tutt’a un tratto gli si fossero sturati e percepissero per la prima volta voci, suoni non avvertiti mai.
Così ilare, d’una ilarità vaga e piena di stordimento, s’era presentato all’ufficio. E, tutto il giorno, non aveva combinato niente.
La sera, il capo ufficio, entrando nella stanza di lui, esaminati i registri, le carte:
E come mai? Che hai combinato tutt’oggi?
Belluca lo aveva guardato sorridente, quasi con un’aria d’impudenza, aprendo le mani.
Che significa? aveva allora esclamato il capo ufficio, accostandoglisi e prendendolo per una spalla e scrollandolo. Ohé, Belluca!
Niente, aveva risposto Belluca, sempre con quel sorriso tra d’impudenza e d’imbecillità su le labbra. Il treno, signor Cavaliere.
Il treno? Che treno?
- Ha fischiato.
Ma che diavolo dici?
Stanotte, signor Cavaliere. Ha fischiato. L’ho sentito fischiare…
Il treno?
Sissignore. E se sapesse dove sono arrivato! In Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo… Si fa in un attimo, signor Cavaliere!
Gli altri impiegati, alle grida del capo ufficio imbestialito, erano entrati nella stanza e, sentendo parlare così Belluca, giù risate da pazzi.
Allora il capo ufficio che quella sera doveva essere il malumore urtato da quelle risate, era montato su tutte le furie e aveva malmenato la mansueta vittima di tanti suoi scherzi crudeli.
Se non che, questa volta, la vittima, con stupore e quasi con terrore di tutti, s’era ribellata, aveva inveito, gridando sempre quella stramberia del treno che aveva fischiato, e che, perdio, ora non più, ora ch’egli aveva sentito fischiare il treno, non poteva più, non voleva più esser trattato a quel modo.
Lo avevano a viva forza preso, imbracato e trascinato all’ospizio dei matti.
Seguitava ancora, qua, a parlare di quel treno. Ne imitava il fischio. Oh, un fischio assai lamentoso, come lontano, nella notte; accorato. E, subito dopo, soggiungeva:
Si parte, si parte… Signori, per dove? per dove?
E guardava tutti con occhi che non erano più i suoi. Quegli occhi, di solito cupi, senza lustro, aggrottati, ora gli ridevano lucidissimi, come quelli d’un bambino o d’un uomo felice; e frasi senza costrutto gli uscivano dalle labbra. Cose inaudite; espressioni poetiche, immaginose, bislacche, che tanto più stupivano, in quanto non si poteva in alcun modo spiegare come, per qual prodigio, fiorissero in bocca a lui, cioè a uno che finora non s’era mai occupato d’altro che di cifre e registri e cataloghi, rimanendo come cieco e sordo alla vita: macchinetta di computisteria. Ora parlava di azzurre fronti di montagne nevose, levate al cielo; parlava di viscidi cetacei che, voluminosi, sul fondo dei mari, con la coda facevan la virgola. Cose, ripeto, inaudite.
*Chi venne a riferirmele insieme con la notizia dell’improvvisa alienazione mentale rimase però sconcertato, non notando in me, non che meraviglia, ma neppur una lieve sorpresa.
Difatti io accolsi in silenzio la notizia.
E il mio silenzio era pieno di dolore. Tentennai il capo, con gli angoli della bocca contratti in giù, amaramente, e dissi:
Belluca, signori, non è impazzito. State sicuri che non è impazzito. Qualche cosa dev’essergli accaduta; ma naturalissima. Nessuno se la può spiegare, perché nessuno sa bene come quest’uomo ha vissuto finora. Io che lo so, son sicuro che mi spiegherò tutto naturalissimamente, appena l’avrò veduto e avrò parlato con lui.
Cammin facendo verso l’ospizio ove il poverino era stato ricoverato, seguitai a riflettere per conto mio:
“A un uomo che viva come Belluca finora ha vissuto, cioè una vita “impossibile”, la cosa più ovvia, I’incidente più comune, un qualunque lievissimo inciampo impreveduto, che so io, d’un ciottolo per via, possono produrre effetti straordinarii, di cui nessuno si può dar la spiegazione, se non pensa appunto che la vita di quell’uomo è “impossibile”. Bisogna condurre la spiegazione là, riattaccandola a quelle condizioni di vita impossibili, ed essa apparirà allora semplice e chiara. Chi veda soltanto una coda, facendo astrazione dal mostro a cui essa appartiene, potrà stimarla per se stessa mostruosa. Bisognerà riattaccarla al mostro; e allora non sembrerà più tale; ma quale dev’essere, appartenendo a quel mostro.
Una coda naturalissima. ”
Non avevo veduto mai un uomo vivere come Belluca.
Ero suo vicino di casa, e non io soltanto, ma tutti gli altri inquilini della casa si domandavano con me come mai quell’uomo potesse resistere in quelle condizioni di vita.
Aveva con sé tre cieche, la moglie, la suocera e la sorella della suocera: queste due, vecchissime, per cataratta; I’altra, la moglie, senza cataratta, cieca fissa; palpebre murate.
Tutt’e tre volevano esser servite. Strillavano dalla mattina alla sera perché nessuno le serviva. Le due figliuole vedove, raccolte in casa dopo la morte dei mariti, l’una con quattro, l’altra con tre figliuoli, non avevano mai né tempo né voglia da badare ad esse; se mai, porgevano qualche ajuto alla madre soltanto.
Con lo scarso provento del suo impieguccio di computista poteva Belluca dar da mangiare a tutte quelle bocche? Si procurava altro lavoro per la sera, in casa: carte da ricopiare. E ricopiava tra gli strilli indiavolati di quelle cinque donne e di quei sette ragazzi finché essi, tutt’e dodici, non trovavan posto nei tre soli letti della casa.
Letti ampii, matrimoniali; ma tre.
Zuffe furibonde, inseguimenti, mobili rovesciati, stoviglie rotte, pianti, urli, tonfi, perché qualcuno dei ragazzi, al bujo, scappava e andava a cacciarsi fra le tre vecchie cieche, che dormivano in un letto a parte, e che ogni sera litigavano anch’esse tra loro, perché nessuna delle tre voleva stare in mezzo e si ribellava quando veniva la sua volta.
Alla fine, si faceva silenzio, e Belluca seguitava a ricopiare fino a tarda notte, finché la penna non gli cadeva di mano e gli occhi non gli si chiudevano da sé.
Andava allora a buttarsi, spesso vestito, su un divanaccio sgangherato, e subito sprofondava in un sonno di piombo, da cui ogni mattina si levava a stento, più intontito che mai.
Ebbene, signori: a Belluca, in queste condizioni, era accaduto un fatto naturalissimo.
*Quando andai a trovarlo all’ospizio, me lo raccontò lui stesso, per filo e per segno. Era, sì, ancora esaltato un po’, ma naturalissimamente, per ciò che gli era accaduto. Rideva dei medici e degli infermieri e di tutti i suoi colleghi, che lo credevano impazzito.
Magari! diceva Magari!
Signori, Belluca, s’era dimenticato da tanti e tanti anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Assorto nel continuo tormento di quella sua sciagurata esistenza, assorto tutto il giorno nei conti del suo ufficio, senza mai un momento di respiro, come una bestia bendata, aggiogata alla stanga d’una nòria o d’un molino, sissignori, s’era dimenticato da anni e anni ma proprio dimenticato che il mondo esisteva.
Due sere avanti, buttandosi a dormire stremato su quel divanaccio, forse per l’eccessiva stanchezza, insolitamente, non gli era riuscito d’addormentarsi subito. E, d’improvviso, nel silenzio profondo della notte, aveva sentito, da lontano, fischiare un treno.
Gli era parso che gli orecchi, dopo tant’anni, chi sa come, d’improvviso gli si fossero sturati.
Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie, e quasi da un sepolcro scoperchiato s’era ritrovato a spaziare anelante nel vuoto arioso del mondo che gli si spalancava enorme tutt’intorno.
S’era tenuto istintivamente alle coperte che ogni sera si buttava addosso, ed era corso col pensiero dietro a quel treno che s’allontanava nella notte.
C’era, ah! c’era, fuori di quella casa orrenda, fuori di tutti i suoi tormenti, c’era il mondo, tanto, tanto mondo lontano, a cui quel treno s’avviava… Firenze, Bologna, Torino, Venezia… tante città, in cui egli da giovine era stato e che ancora, certo, in quella notte sfavillavano di luci sulla terra. Sì, sapeva la vita che vi si viveva! La vita che un tempo vi aveva vissuto anche lui! E seguitava, quella vita; aveva sempre seguitato, mentr’egli qua, come una bestia bendata, girava la stanga del molino. Non ci aveva pensato più! Il mondo s’era chiuso per lui, nel tormento della sua casa, nell’arida, ispida angustia della sua computisteria… Ma ora, ecco, gli rientrava, come per travaso violento, nello spirito. L’attimo, che scoccava per lui, qua, in questa sua prigione, scorreva come un brivido elettrico per tutto il mondo, e lui con l’immaginazione d’improvviso risvegliata poteva, ecco, poteva seguirlo per città note e ignote, lande, montagne, foreste, mari… Questo stesso brivido, questo stesso palpito del tempo. C’erano, mentr’egli qua viveva questa vita ” impossibile “, tanti e tanti milioni d’uomini sparsi su tutta la terra, che vivevano diversamente. Ora, nel medesimo attimo ch’egli qua soffriva, c’erano le montagne solitarie nevose che levavano al cielo notturno le azzurre fronti… sì, sì, le vedeva, le vedeva, le vedeva cosi… c’erano gli oceani… Ie foreste…
E, dunque, lui ora che il mondo gli era rientrato nello spirito poteva in qualche modo consolarsi! Sì, levandosi ogni tanto dal suo tormento, per prendere con l’immaginazione una boccata d’aria nel mondo.
Gli bastava!
Naturalmente, il primo giorno, aveva ecceduto. S’era ubriacato. Tutto il mondo, dentro d’un tratto: un cataclisma. A poco a poco, si sarebbe ricomposto. Era ancora ebro della troppa troppa aria, lo sentiva.
Sarebbe andato, appena ricomposto del tutto, a chiedere scusa al capo ufficio, e avrebbe ripreso come prima la sua computisteria. Soltanto il capo ufficio ormai non doveva pretender troppo da lui come per il passato: doveva concedergli che di tanto in tanto, tra una partita e l’altra da registrare, egli facesse una capatina, sì, in Siberia… oppure oppure… nelle foreste del Congo:
Si fa in un attimo, signor Cavaliere mio. Ora che il treno ha fischiato…
Scuola Internazionale di Comics.
16 Gennaio, 2007
Ci è giunta questa notizia che pubblichiamo molto volentieri.
Comunicato Stampa
Con preghiera di pubblicazione
Aperte le selezioni al Master in Colorazione della Scuola Internazionale di Comics
IN COLLABORAZIONE con RED WHALE
La Scuola Internazionale di Comics offre una straordinaria
opportunità: il Master in colorazione digitale pensato per chi vuol
crescere come artista e come disegnatore e desidera collaborare con le
testate più prestigiose del fumetto italiano e francese. Infatti il
Master è finalizzato alla colorazione digitale per la casa editrice Red
Whale e per il mercato editoriale francese.
Il Master si svolgerà alla sede della Scuola Internazionale di Comics,
in Via Ostiense 75 F (Metropolitana Piramide) a partire dal mese di
febbraio. Sarà tenuto dallo specialista della colorazione digitale,
David Messina, con interventi dello Staff di Red Whale. La celebre casa
editrice nel giro di pochi anni ha cambiato totalmente la concezione
del fumetto e dell’editoria per ragazzi, è in continua e straordinaria
crescita, e può essere un nuovo riferimento professionale per giovani
talenti.
I candidati al Master dovranno sostenere una prova di colorazione al
computer su tavole a fumetto da ritirarsi presso la Scuola
Internazionale di Comics e da riconsegnare ENTRO E NON OLTRE IL 30
GENNAIO 2007. Chi è interessato, quindi, deve affrettarsi!
Dopo aver frequentato il Master, i partecipanti saranno valutati per l’inserimento tra i collaboratori della Red Whale.
Per informazioni: Giorgia Caterini, Scuola Internazionale di Comics, tel. 065783038, mail gcaterini@libero.it
Test del quoziente intellettivo.
14 Gennaio, 2007
Per farlo anche voi, cliccate qui. Vediamo se i lettori del Loggione sono intelligenti quanto pensano.

E vediamo di dare qualche notizia.
12 Gennaio, 2007
Siamo indietro col giornalino perché è periodo d’esami e quindi siamo tutto il giorno in biblioteca a far finta di studiare e intanto provarci con le tipe. Ma una volta presi quei sudatissimi 18 allora potremmo ricominciare con un fantastico numero pieno di sorprese indicibili, tra cui, la mitica intervista a Stefano Allievi.
Intanto coglietemi le citazioni. Sono dallo stesso “film”:
“Lo sapevate che Giuda, a furia di baciare Gesù, alla fine l’ha presa al culo?”
“Sai cosa fa un pulcino vestito da prete? Padre Pio”.
Haeresis Studio.
12 Gennaio, 2007
Controversial art with a touch of vintage.
Ebbene devo ammetterlo: le scuole superiori mi sono servite. Se non altro per creare e gestire questo sito sobrio e minimal, da vedere ovviamente con Firefox, che risponde al nome di Haeresis Studio.
Ringurazio dunque la mia professoressa di informatica della quarta-quinta superiore, la straordinaria Nardi, la quale mi ha insegnato lo stretto indispensabile per entrare nel fantastico mondo di Internet (insomma, ad aprire e chiudere il tag <html>).
Questo progetto, voluto per diversi anni ma solo ora realizzato nella sua concretezza, vuol essere per il sottoscritto una spinta ad andare avanti nel mondo del disegno, dell’illustrazione e della produzione multimediale in generale. Insomma, una sorta di portfolio nel quale mettere, man mano che vengono alla luce, tutto quello che reputo degno d’esser condiviso. Nella speranza che un giorno, possa anche camparci, di questa cosa, dato che per ora invece mi limito ai furtarelli nelle ville. Se avete suggerimenti, idee e altre cose da dire, utilizzate l’apposita mail di contatto. E miraccomando: un link nei vostri blog insulsi è sempre ben accetto, eh!
Aldo, Giovanni e Giacomo.
3 Gennaio, 2007
Il rischio di essere etichettati.
Giunge l’ora delle riflessioni semi serie. Proprio l’altro giorno stavo guardando Chiedimi se sono felice di Aldo, Giovanni e Giacomo, i tre comici più bravi d’Italia. Apparte il film in sé, era impossibile non pensare al successo calante che hanno visto dopo il grande boom di Tre uomini e una gamba. Una domanda viene logica nella mente, ed è quella più semplice di tutte: perché?
La risposta è altrettanto semplice ad una analisi un pochino attenta: sin dai tempi di Mai dire Gol di una dozzina d’anni fa, il trio si contraddistinse per bravura e fantasia nel mettere in atto le scene assurde che tanto li hanno resi famosi. E queste scenette, poi, hanno pensato bene di riunirle attorno ad una trama - anche quella molto surreale, ma ottima - e farne un film per il grande schermo! Alla gente ovviamente è piaciuto tantissimo, tanto che anche ora quando lo trasmettono in tv, una buona fetta di share la fa comunque, a dieci anni dalla sua uscita. Il problema vero, è che la gente ha etichettato il trio come dei semplici comici, non perdonandogli i successivi tentativi di fare dei film semi seri e con una trama più articolata (ma sempre la stessa: solo alla fine c’è l’epilogo di tutto il resto), come lo sono stati Così è la vita, La leggenda di Al, John e Jack e Tu la conosci Claudia?. La verità è che le genti vogliono sempre la stessa cosa, e vogliono vedere nei tre ciò che a loro piace. Non capiscono che un artista può anche evolversi, voler fare qualcosa di più di una mera copia di se stesso, in alcuni casi. E così, quelli che non vedono appagate le proprie voglie riflesse sullo schermo, dicono che non era quello che si aspettavano. Ma se uno va al cinema a vedere qualcosa sapendo già come vuole che sia, sicuramente rimarrà deluso nella maggiorparte dei casi. Perché la sostanza è che un artista non fa arte per appagare il prossimo, ma per appagare se stesso. E se al prossimo piace, ancora meglio.
Concludendo, il trio resta sempre il trio, e con un nuovo spettacolo uscito da poco più di un mesetto - Anplagghed - il quale pare avvincente, lo hanno dimostrato, sebbene si siano persi per qualche anno nella magia della macchina da presa. Ma è un percorso che hanno reputato giusto per loro stessi e il loro divertimento. E allora un comico fa ridere con qualcosa che lui in primis trova divertente. Quindi, fate un po’ quel cazzo che vi pare. Come noi, del resto.

